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La nostra Filosofia


Arpha, espressione fenicia composta da aur, luce e rophae, guarigione, è il nome di “colui che guarisce con la luce”, il figlio di Apollo, il grande iniziato, l’antenato della poesia e della musica: Orfeo.

  La luce che, il mito racconta, accompagna Orfeo nel suo viaggio agli Inferi per ritrovare Euridice; lì gli viene chiesto, come contropartita per riportarla nel mondo dei vivi, di non guardarla durante il percorso nell’Aldilà… come viene chiesto a Psiche di non illuminare il volto di Eros… come viene ordinato a Eva di non mangiare il frutto dell’albero della Conoscenza…
La condizione per rimanere nell’Eden è di non guardare, di restare ciechi, nel buio della simbiosi.
La condizione per evolvere è tradire questo patto e accendere nel buio una luce di coscienza.
A costo di perdere quella beata serenità, priva di dolori e preoccupazioni, che ci riporta nel grembo materno.
Ma esistere deriva dal latino ex-sistere (stare fuori), cioè si può esistere come individui solo nella separazione, si può amare solo se l’altro non è una proiezione del nostro inconscio, si può conoscere solo se si accettano la perdita e la sofferenza.
“Colui che guarisce con la luce” dirige lo sguardo interiore verso una Profondità che contiene tutte le risposte, se si sa guardare con occhio libero.
Nel secolo scorso Carl Gustav Jung chiamò questo processo di conoscenza di sé “Individuazione” e ne ha mirabilmente illustrate le tappe attingendo sia dalla nostra Tradizione occidentale, sia dalla Saggezza cinese e orientale.
Oggi lo psicoanalista James Hillmann ci riconduce alle radici greche della nostra civiltà per risvegliare l’Anima di ognuno e contemporaneamente del mondo intero. Anima come quella capacità di attingere alle Profondità degli Inferi per poi, trasformata, elevarsi, come Psiche, fino alle sommità del monte Olimpo, dove dimorano gli déi.
E’ insomma una “vecchia storia” incessantemente narrata da miti, leggende, fiabe di tutti i tempi quella del Viandante che cerca risposte ai grandi Misteri della Vita fuori e dentro di sé, che affronta pericoli tremendi, separazioni strazianti e dolori immensi per poter, finalmente, “ritornare”… per potersi cioè ritrovare e riconoscere.  
 
 E’ il più delle volte attraverso il dolore e la malattia che l’uomo trova il coraggio e la determinazione di accendere una piccola luce dentro di sé, di iniziare cioè a cercare il senso della sua esistenza…...
Spesso il processo inizia proprio dalla ricerca del senso della malattia, in modo particolare quella psicosomatica, portatrice cioè di un messaggio per l’individuo tutto.
Allora, nella pratica terapeutica bisogna innanzitutto saper ascoltare e decifrare il linguaggio del corpo che è identico a quello dei miti, dei sogni e dell’inconscio, ma differente da quello della mente. Il filosofo francese Gaston Bachelard sosteneva che è compito arduo interpretare questo linguaggio analogico e misterioso: diceva infatti che tradurlo porta inevitabilmente a tradirlo…...
Ascoltare le “parole del corpo” senza giudizio, senza etichette, lasciando semplicemente che la loro eco si diffonda dentro e fuori di sé e trovi la sua collocazione in una dimensione più “allargata”, più universale, archetipica, in grado cioè di restituire un senso a ciò che dentro di noi (o meglio attraverso noi) sta accadendo.
“Colui che guarisce con la luce” non interferisce nel processo, semplicemente osserva e comprende…..
  Hillmann aggiunge che “possiamo dirci curati quando, maschi o femmine dal punto di vista biologico, non siamo più soltanto maschili nella psiche. La fine dell’analisi coincide con l’accettazione della femminilità” (Il mito dell’analisi).
Analisi quindi come luogo dove “fare anima” e incontrare un altro dio straordinario che riunisce in sé maschile e femminile, logos e immaginazione, materia e spirito: il bisessuale Dioniso, dio del recitare, dell’umidità, dell’aprirsi e del fluire nella comunione.
Si dice che il Santuario di Delfi fosse abitato nei mesi estivi (luminosi, caldi, secchi come la coscienza) da Apollo, in quelli invernali (bui, freddi, umidi come l’inconscio) da Dioniso, a testimonianza che un dio della luce ha bisogno del suo opposto, di colui che sa muoversi negli abissi più bui, nella notte, nel mistero.
Non dobbiamo dimenticare che Apollo e Dioniso sono le due facce di una stessa medaglia e se riusciamo a tenerle insieme, a non rimuovere quella più perturbante, allora avremo a disposizione le parole e le immagini che dialogano col corpo e con l’inconscio, senza tradimento alcuno, per tornare alle parole di Bachelard

 

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